PREFAZIONE
Dieci anni separano il nuovo libro di poesie dal suo esordio in versi, avvenuto con “Pensieri d’azzurro”; tempo in cui Raffaella Belli ha potuto maturare ed accettare con chiarezza, dentro di sé, la peculiare voce della sua poesia. Così, superate le ingenuità cui ogni poeta è soggetto in una prima pubblicazione, con gli anni la Belli è andata componendo un canto che sfugge alla cronologia e si impossessa di una sequenza privata, tutta intrisa di musica, che interagisce con la cognizione del potere creativo. Sono tra i pochi (forse l’unico) ad averle consigliato di non pubblicare versi con frequenza assidua, come sovente i poeti giovani intendono fare, proprio perché si possa gustare con calma e diletto la laboriosità dei temi che la Belli dona. A tal punto che leggendo ora i canti che strutturano “Elitra diafana” e “Partitura”, credo di non aver fatto nessun errore di stima: da ultimo libero dal gesto di ‘produrre’ poesia, qui il poeta si lascia finalmente ‘possedere’ dalla sua illuminazione; e lo fa come un’amata scivola tra le braccia del suo desiderio; come se l’inestricabile legame della tenerezza fosse qui rivolto ad evocare la presenza -l’unica possibile- della armonia di una compenetrazione: “Libera dall’assillo/ mi resta stretto/ il solo precipitare./ Busta di carta/ accartocciata sulla fragranza/ del pane caldo sfornato./ Attendo morsi avidi./ Bocche ingurgitanti./ Nell’odore che resta”. La tematica della natura, ricorrente nella sua opera quanto il bisogno intimo di mostrarne all’altro il suo spettacolo, fa sì che il poeta ponga il suo sentire al limite del comprensibile, tuttavia nitidamente chiaro se ‘letto’ con attenzione in ogni sua parola espressiva: “Un tuffo scellerato/ mi portò ad infrangere il mare./ Con un’altra carezza/ l’onda generosa/ accolse gli inquieti deliri”. L’amore per la vita, prima espresso quale possibile legame col prossimo, ora perduto in una visione della realtà circostante, nonché ricerca di una composizione armonica, rende le due raccolte qui riunite un unico tuono di brio, dove la disperazione di una solitudine avverabile tende ad una predisposizione estatica con cedimento sensuale. E’ uno splendore che racchiude ogni varietà di forma: il mutare del tempo, lo scorrere silenzioso delle stagioni, l’esistenza minima -ma sostanziosa- d’ogni pianta e fiore e, su ogni cosa, un senso innegabile del morire, quasi si trattasse di un rituale di contatto mistico con l’effimero e con il sentimento di una fine. Vi è una scintilla nell’idea poetica di Raffaella Belli che incanta il lettore per la sua lingua semplice, per la temerarietà delle immagini, per l’uso del ritmo che anela allo spirituale, quasi vi fosse una imperscrutabile corrispondenza tra quel che accade al poeta e la vita a cui lo stesso Universo è costretto: c’è una veridicità che la Belli cerca di esprimere nella ‘ri-creazione’ della bellezza, nella vigorosa potenza creativa di un erotismo, effetto di una tensione multiforme che piano piano acquista consistenza: una attendibilità che urge dalla coscienza di sapere quanto la parvenza poetica sia l’unico mezzo espressivo per poter intensificare al massimo l’impressione. Nelle sue poesie, mai viene meno la fase fiduciosa della concezione cosmica e mai la proclamazione della fascinazione di un ‘presentimento’ sfugge alla capacità del poeta di ‘ragionare’ sulle tematiche della realtà, cui non si sottraggono né una gioiosa vitalità che si unisce al senso del dolore, né una solidarietà cosmica. Non so se vi sia una realtà sociale nei versi della Belli; sebbene mi sforzi, non la so rintracciare (e nemmeno me ne interesso): so però che il suo trattato nasce dall’urgenza di comunicare con un ‘mondo’ giusto e possibile, capace di slegarsi da ogni eventuale etichettatura di linguaggio e senso, lasciando ad altri l’incarico di produrre canti di protesta. Questa cosa chiamata poesia, questo incedere nell’eterno del tempo, sembra debba essere vissuto senza sorta di sconfitta: “Sfiorare le labbra/ è canto imperituro/ di sonate trascendenti./ Nessuno ne udì il suono./ L’incanto delle iridi/ fu solo un possibile segno”. Mi auguro che i lettori di questo libro lo trovino stimolante, teso a pronunciare con semplicità quel che i soli occhi a volte non fanno notare, come testimonia la bellezza asciutta e severa che governa le leggi dell’universo o quell’‘insieme’ che naturalmente si cala nella ‘sensazione poetica del mondo’, di certo intima e irripetibile, ma che sgorga e inonda l’inafferrabilità del pulsare di un cuore: “L’onde ritratte dal vento dell’est/ liberano gli occhi/ da sedimenti incagliati/ di visioni non concluse./ Nell’acqua limpida e verde/ ora traspare il fondo./ Riappare il cielo tutto”.
Maurizio Gregorini
Ma io, solo e guasto
nel mio diverso amore,
lascerò che l’anima si consumi
nella monotonia delle stagioni
fragili e intramontabili.
Raffaella Belli - Da Elitra Diafana
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